<?xml version="1.0" encoding="ISO-8859-1"?><rss version="2.0"><channel><title><![CDATA[Staibene.it - Articoli di salute]]></title><description>Articoli di salute</description><category>salute</category><image><title>Staibene.it</title><url>http://www.staibene.it/immagini/logo_staibene2.gif</url><link>http://www.staibene.it</link></image><link>http://www.staibene.it/sb_elenco_articoli.asp?AREA=salute</link><language>it</language><item><title>Apnee notturne, fattore di rischio ictus</title><link>http://www.staibene.it/articolo_ictus_apneenotturne_sonno_228086_salute_1.html</link><pubDate>2012-02-03</pubDate><description>Soffrire di apnee notturne non incide pesantemente soltanto sul sonno. Mette a serio rischio la salute. Perché aumenta le probabilità di incorrere in un ictus. La tesi conclusiva di uno studio appena presentato alla conferenza internazionale "Stroke 2012" dell'American Stroke Association, lo sostiene senza mezzi toni: "Abbiamo trovato una frequenza sorprendentemente alta di apnea del sonno nei pazienti con ictus che ne sottolinea la rilevanza clinica come fattore di rischio'', ha detto Jessica Kepplinger, autrice principale dello studio e docente dell'Università di Tecnologia di Dresda, in Germania. "L'apnea notturna è un disturbo ampiamente riconosciuto, ma ancora trascurato. I pazienti che ne soffrono, hanno più probabilità di avere un ictus silenzioso".
Lo studio
I ricercatori hanno preso in esame un campione di 56 pazienti, con un'età media di 67 anni. Hanno scoperto che il 91% di loro (in particolare, 51 su 56) che già avevano avuto un ictus durante l'apnea del sonno, avevano anche una maggiore probabilità di subire un ictus silente.
Più di cinque episodi di apnea durante il sonno per notte è un numero da associare a un rischio maggiore di ictus silente. Più del 50% dei pazienti con ictus silente avevano anche l'apnea del sonno.
Il legame tra ictus e apnea notturna
Anche se gli uomini avevano una maggiore probabilità di subire un ictus silente, la correlazione tra apnea notturna e ictus è rimasta la stessa anche dopo una rivalutazione dei dati dalla prospettiva delle differenze di genere.
I ricercatori hanno suggerito che l'apnea del sonno dovrebbe essere trattata alla stregua di altri fattori di rischio vascolari come ipertensione. Ti interessano i temi collegati al rischio ictus? Leggi anche:

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</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=5312" type="image/jpeg"/></item><item><title>C'è più smog nell'auto che fuori</title><link>http://www.staibene.it/articolo_smog_inquinamento_auto_228091_salute_1.html</link><pubDate>2012-02-03</pubDate><description>Se siete tra coloro che considerano la migliore difesa contro lo smog quella di chiudersi in auto, alzare i finestrini e accendere magari il climatizzatore, sappiate che la vostra è una pia illusione. Così facendo, infatti, peggiorate le cose. E contribuite a rendere la vostra auto un concentrato di inquinamento.

I fattori di pericolo
Per ripararsi dallo smog che circola nell'aria, chiudersi in macchina è la cosa peggiore da fare. Secondo l'Airparif, l'agenzia preposta al monitoraggio della qualità dell'aria nell'Île-de-France (in Francia), è proprio nell'abitacolo che si registrano i livelli più alti di biossido di azoto, perché le prese d’aria sono vicine allo scarico facendo dell'automobilista la prima vittima dell’inquinamento del traffico stradale.
In base ai calcoli dell'ente transalpino, ogni giorno sono circa 2 milioni gli automobilisti della regione di Parigi che utilizzano la macchina per recarsi al lavoro. Ad influenzare i livelli di inquinamento all'interno delle loro automobili sono le condizioni del veicolo, i livelli di traffico, gli ambienti attraversati e il tipo di asse percorso (piccola strada, autostrada o viale cittadino) e l'impatto di tale inquinamento sulla salute dipende dal mix di questi elementi uniti alla frequenza del percorso e la durata.

Quanto smog
Aiparif si è messa al lavoro per fornire agli automobilisti uno strumento per stimare i livelli medi di biossido di azoto respirati durante il tragitto. Si tratta di un questionario on line da compilare, tenendo conto del punto di partenza e di arrivo, il tipo di strada percorsa, gli ambienti attraversati e il tempo trascorso nelle gallerie, i livelli di inquinamento e lo stato del traffico. Ad esempio, per un tragitto medio di 45 minuti alle 7 del mattino, di sola andata da Asnieres-sur-Seine al quarto arrondissement di Parigi, senza restare al chiuso nelle gallerie o tunnel per più di 5 minuti in totale, il questionario rileva una concentrazione di 190 &#956;g/m3 di biossido di carbonio all'interno dell'abitacolo. Ti interessano i temi collegati allo smog e all'inquinamento? Leggi anche:

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</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=5313" type="image/jpeg"/></item><item><title>Ecco di che cosa moriremo</title><link>http://www.staibene.it/articolo_le-20-cause-di-morte-piu-probabili-del-mondo_224428_salute_1.html</link><pubDate>2012-02-02</pubDate><description>Fate pure tutti gli scongiuri del caso, ma posto che tutti prima o poi dobbiamo morire, varrebbe forse la pena di conoscere quale potrebbe essere la causa più probabile per la quale diremo addio alle vicende terrene. Come individuarla? Non è sempre così facile, perché – accanto al tumore, alle malattie cardiovascolari e altre patologie note – ci sono anche eventi accidentali. 
Ci ha provato l’ultimo rapporto annuale del “National Safety Council”, un’organizzazione non governativa americana di tutela della salute pubblica, che analizzando le statistiche mondiali, ha stilato l’elenco delle principali cause di morte nel pianeta. Il celebre giornale on line “Huffington Post” ne ha fatto poi una sintesi, individuando i primi 20 posti nella graduatoria. Eccoli.

20° posto - essere colpiti da un fulmine. 1 probabilità su 81.701.
19° posto - morire in conseguenza di punture di api, vespe o calabroni. 1 probabilità su 62.950. 
18° posto - 1 probabilità su 51.199 di restare vittima di una tempesta. 
17° posto - 1 probabilità su 6.174 di morire per il gran caldo. 
16° posto - 1 probabilità su 5.981 di morire per un colpo d’arma da fuoco accidentale. 
15° posto - 1 probabilità su 5.862 di morire in un incidente aereo. 
14° posto - 1 probabilità su 4.147 di morire in un incidente con la bicicletta. 
13° posto - 1 probabilità su 1.235 di morire in un incendio. 
12° posto - 1 probabilità su 1.073 di morire annegati. 
11° posto – 1 probabilità su 802 di morire in un incidente di moto. 
10° posto – 1 probabilità su 623 di morire investito da un’auto. 
9° posto – 1 probabilità su 300 di finire ucciso da un colpo di arma da fuoco. 
8° posto – 1 probabilità su 272 di essere tra i passeggeri in un incidente stradale mortale. 
7° posto – 1 probabilità su 184 di morire a causa di una caduta. 
6° posto – 1 probabilità su 139 di morire per un avvelenamento accidentale.
5° posto – 1 probabilità su 115 di morire a causa di una ferita auto-inflitta. 
4° posto – 1 probabilità su 85 di morire al volante di un’auto per un incidente stradale. 
3° posto – 1 probabilità su 28 di morire per infarto.
2° posto – 1 probabilità su 7 di morire per un tumore. 
1° posto – 1 probabilità su 6 di morire per una malattia cardiaca.

Le cause di morte in Italia
Nel nostro Paese non sono state realizzate statistiche di questo tipo, basate cioè sulla probabilità di morire per questo o quel motivo particolare. Sono però a disposizione i dati dell’Istat, le cui ultime elaborazioni (calcolate sull’anno 2007) consentono di fare la classifica delle principali cause di morte nel nostro Paese, sulla base del numero di deceduti durante l’anno solare. Vediamo la “top 5”:

Malattie del sistema circolatorio (224.311 casi);
Tumore (171.625);
Malattie ischemiche del cuore (75.119);
Malattie cerebrovascolari (61.577)
Altre malattie del cuore (42.681).

Non mancano anche le voci non direttamente collegate a malattie vere e proprie, ma sono sempre ben distanti dai numeri delle prime cause di morte: la voce “traumi e avvelenamento” segnala infatti 24.459 casi, gli incidenti di vario tipo sono 19.038, omicidi o aggressioni 559. Ti interessano i temi collegati alla longevità? Leggi anche:

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Vasocostrizione e vasodilatazione
Come spiega Cesare Sirtori, farmacologo clinico e preside della facoltà di Farmacia dell'università di Milano, "nell'organismo esposto al freddo si hanno fenomeni di vasocostrizione al livello intestinale e di vasodilatazione al livello della cute. Pertanto, in generale, dopo l'esposizione al freddo si ha un ritardo nell'assorbimento dei farmaci a livello viscerale. Tutti ci accorgiamo che anche un banale analgesico, preso per bocca, funziona meno". Al contrario, un farmaco si assorbe meglio per via transdermica grazie alla vasodilatazione: "In caso di dolore, quindi, il cerotto è più indicato (se si è esposti al freddo) per un risultato migliore".

I farmaci per l'asma
Ma ci sono anche altri aspetti da considerare. "Le terapie per l'asma, ad esempio", continua il farmacologo, "vanno considerate con attenzione. Oltre al lieve fenomeno di vasocostrizione, bisogna ricordare che aumenta la produzione di muco. Chi prende questi medicinali, un milione di pazienti in Italia, prima di assumere gli spray deve stare attento a ripulire bene le vie aeree. Altrimenti potrebbe non averne l'effetto necessario".
I farmaci per ipertensione e malattie cardiache
"Con il freddo", dice ancora Sirtori, "la pressione tende a salire perché la dilatazione cutanea impegna il cuore a pompare di più. E anche la vasocostrizione intestinale crea ostacolo. L'iperteso deve fare sempre attenzione perché i periodi freddi sono i peggiori per lui".
Come conservare i farmaci
Per le confezioni che riportano le diciture "non refrigerare" o "non congelare", occorre rispettare con scrupolo queste precauzioni per evitare che il principio attivo possa andare in contro a un processo di degradazione.
Molti farmaci, comunque, possono essere alterati dal congelamento o dallo scongelamento. È necessario, quindi, verificare l'aspetto del prodotto all'apertura della scatola e, in caso si ipotizzi una sua alterazione, chiedere il parere del medico o del farmacista. E comunque, tutti i farmaci la cui confezione è stata alterata dal congelamento (specialmente se l'involucro appare danneggiato) non dovrebbero mai essere usati. Ti interessano i temi collegati ai farmaci? Leggi anche:

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</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=5307" type="image/jpeg"/></item><item><title>Infarto, tutti i sintomi che non ti aspetti</title><link>http://www.staibene.it/articolo_infarto-sintomi-che-non-ti-aspetti_223791_salute_1.html</link><pubDate>2012-02-01</pubDate><description>L’infarto è di solito preannunciato da sintomi ben precisi. Come spiegano le Linee guida sull'infarto miocardico acuto (realizzate dall'Associazione nazionale dei medici cardiologi ospedalieri, Anmco), anzitutto un dolore al petto che si protrae per almeno 20 minuti, quindi l'irregolarità del ritmo cardiaco, poi il sudore freddo. Ma i primi segnali di un infarto in arrivo sono molto spesso anche generici, specie negli anziani, se non addirittura fuorvianti: giramenti di testa, nausea, vomito, astenia, problemi di respirazione...
Proviamo a concentrarci allora proprio sui casi in cui l'infarto si presenta senza preavviso (si calcola che il 20% dei pazienti non avverte alcun sintomo, prima dell’evento), oppure dopo aver dato segnali così apparentemente innocui, da risultare indecifrabili alla maggior parte delle persone.

L'importanza della diagnosi precoce nel trattamento dell'infarto
Considerando che la diagnosi precoce e tempestiva è l’arma numero uno per fronteggiare nel migliore dei modi l’infarto, è possibile individuare i campanelli d’allarme più difficili da interpretare? Proviamo a vederne alcuni. Con un’importante precisazione preliminare, però: non è il caso di allarmarsi inutilmente se questi sintomi si presentano singolarmente, perché presi da soli non significano assolutamente nulla di particolarmente pericoloso per il nostro cuore.
Una ricerca dei National institutes of health - l'organismo istituzionale americano che si occupa di tutela della salute - ha individuato alcuni sintomi specifici delle donne, ma comunque difficilmente collegabili all’infarto in modo diretto: un mese prima del verificarsi dell’attacco, infatti, può capitare di avvertire un certo senso di fatica insolita, qualche disturbo del sonno, un senso di ansia, oppure episodi di indigestione, o ancora difficoltà di respirazione (respiro corto).
Ci sono casi in cui si può provare un senso di pesantezza o stanchezza al braccio. Anche in questi casi, il rischio di confondersi con un movimento falso o qualcosa di simile è assolutamente normale…
I sintomi classici dell’infarto possono anche essere mascherati da problemi gastrici, per esempio una cattiva digestione, che si verificano in seguito a un pasto particolarmente abbondante.
Altre volte l’infarto si presenta dopo che il soggetto ha avvertito un leggero formicolio alle dita della mano sinistra, scambiato magari per un lieve addormentamento dell’arto dovuto a una posizione sbagliata.Ti interessano i temi collegati all’infarto? Leggi anche:
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TEST: in che condizioni di forma è il tuo cuore?</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=4632" type="image/jpeg"/></item><item><title>L'obesità? Non è solo colpa del cibo...</title><link>http://www.staibene.it/articolo_obesità_florabattericaintestinale_intestino_sovrappeso_228072_salute_1.html</link><pubDate>2012-02-01</pubDate><description>Sorpresa: l'obesità non dipende solo dal troppo cibo, dalla poca attività fisica e dai cattivi stili di vita. Tra i responsabili dei gravi problemi di peso che così tanti danni alla salute possono apportare, c'è anche una particolare modificazione della flora batterica intestinale. 

Una relazione inaspettata
La tesi è di Antonio Gasbarrini, componente della European association of gastroenterology endoscopy and nutrition (Eagen), intervenuto al Congresso internazionale "Aidpit-Epita" che si è tenuto a Innsbruck. 
Secondo lo specialista, "dai risultati degli ultimi studi condotti sui topi emerge che le modificazioni intervenute nella flora batterica intestinale possono anche avere importanti implicazioni sullo sviluppo di massa grassa, insulino-resistenza e infiammazione a bassa intensità". 
Dalle prime considerazioni scientifiche su queste ricerche le persone obese sembrano avere "livelli diversi di qualche tipo di batterio intestinale", spiega Gasbarrini, "rispetto ai soggetti non-obesi. Una condizione che può influire sul loro modo di elaborare diversi cibi. In futuro, potrebbe essere possibile individuare il profilo specifico del microbiota associato ad un rischio di malattia metabolica attraverso l'uso di prebiotici, probiotici o antibiotici mirati".

I microbioti intestinali
Gasbarrini riconosce a questi studi condotti sugli animali "il valore di essersi rivelati particolarmente utili per la comprensione della patogenesi dell'obesità e di suggerire l'acquisizione di nuovi potenziali metodi per combattere questa condizione in futuro".
Nell'intestino degli esseri umani si trovano molte specie differenti di microrganismi che vivono in simbiosi, talvolta sono definiti con il termine "microbiota intestinale". Nell'uomo è costituito da almeno 1.014 batteri (pari ad un peso complessivo di 1,5 kg) e fino a 2.000 specie batteriche diverse. Se il microbiota intestinale è specifico per ogni singolo individuo, esiste tuttavia un nucleo di microbi (microbioma) che può essere considerato comune ai membri di una famiglia, indipendentemente dai diversi ambienti. 

L'insulino-resistenza
Secondo Gasbarrini, "gli obesi hanno nel proprio microbiota intestinale meno diversità e vie metaboliche alterate. Ad esempio nei topi, questi cambiamenti sembrano portare a un aumento dell'estrazione calorica dal cibo ingerito, delle riserve energetiche immagazzinate e dell'insulino-resistenza. Nonché a un incremento dell'infiammazione cronica a bassa intensità nel tessuto adiposo. Una condizione che caratterizza sia l'obesità sia l'insulino-resistenza". Ti interessano i temi collegati all'obesità? Leggi anche:

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</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=5304" type="image/jpeg"/></item><item><title>Meno dormi, più rischi il diabete</title><link>http://www.staibene.it/articolo_insonnia_diabete_sonno_dormire_228062_salute_1.html</link><pubDate>2012-01-31</pubDate><description>Oltre a tutti i danni che dormire poco, o non dormire affatto, apporta alla salute, c'è un ulteriore pericolo appena scoperto: quello di sviluppare il diabete. Proprio così: in certi casi, bastano anche tre notti insonni, per correre un rischio sei volte maggiore del normale di sviluppare diabete e problemi cardiaci.

Colpa di una proteina
La novità arriva al termine di uno studio condotto dai ricercatori dell'Imperial College di Londra (Gran Bretagna) e pubblicato sulla rivista scientifica "Nature Genetics". Secondo gli scienziati, che hanno esaminato i comportamenti di 20 mila persone, sarebbe colpa di una proteina difettosa, la Mt2, che interrompe il nostro ritmo giornaliero sonno-veglia, variando anche quello del rilascio dell'insulina. Ciò porterebbe a un controllo anomalo dello zucchero nel sangue e a un conseguente maggiore rischio di sviluppare il diabete di tipo due.

L'orologio biologico del corpo
"Il controllo dello zucchero del sangue è uno dei tanti processi regolati dall'orologio biologico del corpo", spiega il professor Philippe Froguel, dell'Imperial College di Londra. "Questo studio ci fa comprendere meglio come il gene che ha con sé un componente chiave per questo orologio, possa influenzare il rischio di diabete".
I risultati a cui sono giunti gli studiosi potrebbero contribuire a spiegare anche una ricerca precedente, che ha mostrato come i lavoratori dei turni di notte siano inclini a sviluppare diabete di tipo 2 e malattie cardiache. Ti interessano i temi collegati al diabete? Leggi anche:

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</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=5301" type="image/jpeg"/></item><item><title>Reflusso gastrico? Così lo metti ko!</title><link>http://www.staibene.it/articolo_reflusso-gastroesofageo-sintomi_215076_salute_1.html</link><pubDate>2012-01-30</pubDate><description>Di reflusso gastroesofageo soffre il 40% degli occidentali. In Italia, un adulto su tre. Da cosa può dipendere? Anche soltanto da qualche abitudine errata. A volte, però, il reflusso gastroesofageo ha conseguenze serie ed è per questo che bisogna imparare a riconoscerlo per tempo. Il rischio di soffrirne cresce con l’età: le persone più esposte hanno tra i 55 e i 64 anni. Ma può colpire anche in seguito a pasto troppo abbondante, per essersi sdraiati subito dopo mangiato, per aver bevuto troppi alcolici o per l’aver fatto tutte queste cose insieme.

Tutta colpa di una valvola
Il reflusso gastroesofageo dipende dal cattivo funzionamento della valvola che separa l’esofago dallo stomaco. Quando si mangia, questa valvola si apre per far passare il cibo nello stomaco e si chiude subito dopo. Se non funziona come dovrebbe, il cibo può tornare nell’esofago, portando con sé gli acidi che si trovano nello stomaco. Questi aggrediscono le pareti esofagee provocando bruciori, infiammazioni e in alcuni casi piccole ferite. Il disturbo può essere occasionale o cronico: in quest’ultimo caso viene chiamato malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE). 

La terapia passa per la tavola
Come riconoscerne i sintomi? Il più diffuso è una sensazione di bruciore nella zona subito dietro lo sterno. Di solito, il fastidio si avverte nell’arco della prima ora successiva al pasto e può durare anche diverse ore. Molto frequente anche il rigurgito acido, che può estendere il bruciore alla gola, causando un’ipersalivazione. In casi più seri, si verificano anche problemi respiratori (asma, bronchite, tosse cronica) dovuti al contatto degli acidi con le vie respiratorie.
Una volta riconosciuti i sintomi, occorre rivolgersi subito al proprio medico, l’unico in grado di capire se si tratta di un fenomeno passeggero o se c’è bisogno di esami più approfonditi (come l’endoscopia). Per risolvere i casi non gravi di solito può bastare un breve periodo (1 mese) di trattamento con un dosaggio minimo di farmaci a base di esometazolo, che inibisce la produzione di acidi gastrici. Ma occorre anche rivedere la propria alimentazione.
Ad esempio evitando di mangiare cibi (come cioccolata, cipolla e cibi grassi) che rendono più debole la valvola tra stomaco ed esofago o quelli (come caffè, agrumi e pomodori) che aumentano l’acidità nello stomaco, favorendo invece alcuni ortaggi.
Nei casi in cui invece siano presenti complicazioni (come l’esofagite, un’infiammazione cronica dell’esofago) si ricorre a terapie più lunghe (6 mesi, con alti dosaggi di esomeprazolo), a cui segue una terapia di mantenimento per evitare ricadute. Ti interessano i temi collegati al reflusso gastroesofageo? Leggi anche:

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1) Mordicchiare oggetti - Che siano le unghie, il cappuccio della penna o magari le stanghette degli occhiali, se è un’abitudine troppo insistita (basta già mezz’ora al giorno) diventa un fattore di rischio concreto per l’usura dentale.

2) Lo spuntino di mezzanotte - La classica “spaghettata” o anche solo un dolce o uno snack, mangiare a diverse ore di distanza dalla cena aumenta il pericolo di soffrire di problemi dentali. Lo ha dimostrato 
uno studio danese, secondo cui la causa starebbe nella saliva, che durante la notte tende ad asciugarsi e non riesce più a rimuovere il cibo dai denti.

3) Un piercing in bocca - Piccoli anelli o altri oggetti inseriti nella lingua o nelle labbra vengono in continuo contatto con i denti. Risultato: aumenta vertiginosamente il rischio di usura dello smalto, con conseguente maggiore debolezza del dente.


4) L’igiene orale troppo… rapida - Gli specialisti si raccomandano di usare dentifricio e spazzolino per almeno 2 minuti. Invece, secondo le statistiche, il tempo medio di lavaggio dei denti per gli italiani è di 46 secondi. Troppo poco, per assicurare la giusta protezione contro carie, gengiviti e parodontiti.

5) Cibi acidi - In particolare gli agrumi e le fragole, ma è un discorso che potrebbe essere esteso anche ad altra frutta,sono molto acidi e possono provocare l’erosione da acidi alimentari (presenti cioè in cibi e bevande). Si tratta di un problema che può presentarsi a qualunque età: l’azione degli acidi rende temporaneamente più debole lo smalto e col tempo questo fenomeno porta a un significativo deterioramento della superficie del dente, specie quando è combinato con l’azione meccanica esercitata dallo spazzolino. Ma non è certo il caso di rinunciare ad arance o fragole: basta non lavarsi i denti subito dopo aver mangiato questo tipo di frutta, ma attendere almeno un’ora; e usare un dentifricio a basso indice di abrasione, pH neutro e con un’alta percentuale di floro.


6) Succhi di frutta e bevande dolci e gassate - Diversi studi confermano che lo zucchero e l’azione dell’anidride carbonica danneggiano i denti, erodendone le difese. Soprattutto nei bambini, ma anche negli adulti. Se proprio non volete privarvene, fate così: bevetele velocemente, a piccoli sorsi (meglio se con cannuccia), e senza tenerle in bocca troppo a lungo.

7) Spazzolini troppo duri - Lo sfregamento continuo con setole troppo dure causa problemi allo smalto e, a lungo andare, indebolisce i denti privandoli della loro prima protezione naturale. Ti interessano i temi collegati alla salute dei denti? Leggi anche:

Le guide di Staibene.it: come avere un sorriso da star
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</description><enclosure url="http://www.staibene.it/sb_getImage_cms_staibene.asp?id=4489" type="image/jpeg"/></item><item><title>Malattie ai reni, le nuove linee guida</title><link>http://www.staibene.it/articolo_reni_malattierenali_lineeguida_228049_salute_1.html</link><pubDate>2012-01-30</pubDate><description>Come sempre, quando si tratta di salute, la prevenzione è l'arma primaria a nostra disposizione. Ecco perché, quindi, sono particolarmente importanti le nuove linee guida che la Società italiana di nefrologia, insieme con l'Istituto superiore di sanità, hanno stilato a proposito delle malattie renali. Un problema che negli Stati Uniti e in Europa colpisce il 20% circa della popolazione e in Italia il 13% degli adulti, più di uno su 7.

Più informazione per il malato
Bastano esami delle urine e del sangue, semplici ed economici, per intercettare i primi segnali di un disturbo ai renali. E avviare così un percorso di diagnosi particolarmente precoce, in grado di rallentare il danno d'organo che porta alla dialisi e alla necessità di trapianto.
Si rivolgono innanzitutto al medico di famiglia le "Linee guida italiane per l'identificazione, prevenzione e gestione della malattia renale cronica". Si tratta in particolare dell'insufficienza renale moderata, ossia una funzione dimezzata o più che dimezzata dell'organo rispetto alla norma.
Il documento, in 29 punti, è il primo testo tutto italiano a disposizione non solo dello specialista nefrologo, ma anche e soprattutto del medico di famiglia. Scaricabili dal sito Internet della Sin (www.sin-italy.org), si basano su circa mille studi scientifici; sono frutto del lavoro multidisciplinare degli esperti di 13 società scientifiche coordinate dall'Iss, di metodologi dello stesso Istituto nel ruolo di guida e di rappresentanti dei pazienti. Fra le indicazioni riportate nel documento, infatti, è prevista anche una maggiore informazione al malato.

Il ruolo dei medici di base
 Una delle novità più importanti delle Linee guida che codificano l'iter diagnostico e la terapia delle malattie renali è "il coinvolgimento attivo, per la prima volta, dei medici di medicina generale nella diagnosi precoce dei malati: dovranno identificare i soggetti a rischio di malattia prima della progressione irreversibile, poi quelli a rischio di peggioramento, ma anche assicurarsi della continuità dei controlli e dell'aderenza alla terapia".
Le Linee guida italiane "introducono valutazioni più precise della misurazione della funzione renale di ciascun individuo e dei fattori di rischio relativi all'insorgenza dell'insufficienza renale e delle sue complicanze cliniche". Inoltre "forniscono indicazioni per assicurare un maggiore controllo delle malattie associate a quella renale", quindi delle possibili complicanze della nefropatia. Infine, "prevedono più informazioni al paziente sulla malattia e la sua evoluzione, comprese le misure da adottare per minimizzare le complicazioni".

L'importanza della diagnosi precoce
"Le Linee guida presentano diverse importanti novità sul riconoscimento e trattamento delle malattie renali prima ancora che sia rilevabile una riduzione della funzione del rene", sottolinea Rosanna Coppo, presidente della Società italiana nefrologia. "La diagnosi precoce può ridurre l'evoluzione alla dialisi e la comorbilità cardio-vascolare, ma può addirittura arrestare del tutto situazioni iniziali di danno renale e lo sviluppo di malattia renale cronica progressiva. Gli esami che possono indirizzare ad una diagnosi precoce", e cioè "l'esame delle urine e della creatininemia, sono semplici, specifici e poco costosi", precisa la specialista. E se i risultati sono alterati, questi test "danno inizio ad una diagnostica ben standardizzata ed efficace".
"Queste linee guida, elaborate da un panel multidisciplinare sulla base delle prove di efficacia", aggiunge Alfonso Mele dell'Iss, "oltre a consentire una gestione più appropriata della malattia renale cronica, saranno uno strumento utile a favorire una pratica clinica più uniforme ed una gestione più razionale delle risorse economiche". La malattia renale cronica è una condizione progressiva spesso legata a fattori di rischio come diabete e ipertensione, che nell'ultimo stadio prevede come soluzione il ricorso alla dialisi e al trapianto. Un riconoscimento precoce può esser utile per arrestare o rallentare la progressione di questa malattia verso le fasi più avanzate, dunque per prevenire le sue complicanze. Ti interessano i temi collegati alle malattie dei reni? Leggi anche:

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